IMPROMPTUS. Francesco Balsamo

Vetro veglia casa tintinnio (collana Gli Insetti, Medusa editore, 2023) è il titolo del libro poetico di Francesco Balsamo. Ma, nel pronunciare la parola “libro”, il lettore vorrebbe solo sorridere. Questi versi aerei e disseminati, che affiorano fra i molti spazi bianchi, non sembrano davvero le poesie di una raccolta conclusa: sono volatili epigrafi, teneri haiku, giochi infantili, toni incantati, arie in forma di scherzo. Sono, come in una danza sulla sabbia, i granelli sollevati dal ritmo dei passi. Un Walser bambino sarebbe d’accordo con la musica lieve di queste folli, felici, disperse poesie, che non sopportano né virgole né punti. Già il solo leggerle offende la leggerezza di questa lingua surreale, volatile, lampeggiante come una candela al vento, una lingua che non narra storie e non esprime pensieri ma descrive scorci d’incanti: “Libro intagliato in una trave del tetto/casa per mano//; così/ si apre un polmone/e se ne sta vuoto pieno/ d’aria// e piccoli uccelli/ si ammucchiano dentro fuori// fuori dentro; c’è la luna/ guardare il cielo è un’altra lingua//; per un arabesco della luce/ o per un atto di gravezza// dove sono arriverà il vento/ all’improvviso// come uscito dalla manica/ a cercare l’ultima preghiera// e non trovandola vorrà/ abbattere la torre// lasciarla cadere/ sulla grande terra del tavolo”; Quanti fogli ho tra i rami?/ E quanti liberi confidenti sparsi tra le case/ quanti animali visti con la coda di un occhio/ e quante pietre ho su un fianco/ e quante sull’altro?/ Matita, resta muso a terra e dimmi:”

*

È evidente come a Balsamo interessi, da artista, il segno/disegno della parola: solo il disegno guida la mente emozionata a questi impromptus (così giustamente li definisce Di Palmo) come alle note di uno spartito libero, immerso in nature incantate e reali, che evocano le waldszenen schumanniane. Il poeta, quando scrive “D’inverno/ le storie russe dei nostri corpi”, ha in mente i geli sottili della steppa, che tanto affascinarono il giovane Cechov. E, verso la fine del libro, affiora la dolce identificazione con l’animale più silenzioso, estremo compagno di questa sibillina, ammutinata poesia: “chi dormendo si fa conchiglia/ il suo respiro ai pesci// e nel sonno apre gli occhi e guarda/ il fondo//e vede/improvviso ammutinamento di pesci”.

L’ASTRATTO CHE TUTTO PENETRA. Wols

Wols, Oui, oui, oui (1947)

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racchiuso nella mia coscienza tranquilla ero, sono e resterò fedele alla mia scelta più radicale.

A Cassis, i sassi, i pesci gli scogli visti con la lente d’ingrandimento il sale del mare e il cielo mi hanno fatto dimenticare l’importanza dell’uomo mi hanno invitato a voltare le spalle al caos dei nostri intrighi mi hanno mostrato l’eternità nelle piccole onde del porto che si ripetono senza ripetersi.

Nulla può spiegarsi non conosciamo che apparenze.

Tutti gli amori portano a uno solo.

Al di là degli amori personali c’è l’amore senza nome il grande mistero l’assoluto X Tao Dio Cosmo Spirito Santo Uno Infinito.

L’astratto che tutto penetra è inafferrabile: in ogni istante in ogni cosa

l’eternità è là è probabile

che i cani siano più liberi dei non-cani e la merce scadente sia rivoltante

esiste una teoria che si chiama onestà

l’uomo non è che un bluff

IL PERICOLO DENTRO LA TESTA

Premessa

Thomas Bernhard, se si sceglie di essere sceltidalla sua prospettiva di mondo, pervade la lingua con una prosa percussiva, tragica, grottesca. Leggerlo non basta: bisogna parlare con lui, odiarlo, contrastarlo, amarlo, sentire il pericolo indotto dalla sua mente.La conversazione con la tetra potenza di questa scrittura è un sogno a occhi aperti, dove il perturbante reale è sempre vegliato dall’imminente delirio. Da qui può scaturire un Grande Frammento che evochi (e inventi) le sue parole, non rassegnate a essere lapidi di un cimitero letterario ma ansiose di tornare schegge di angoscia e di veleno. Abitare anche per il breve tempo di un libro la scrittura di Thomas Bernhard, mette la parola in pericolo, gettando lo scrittore verso l’abisso.

Il pericolo dentro la testa

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,

non sappiamo nulla,

non sappiamo nulla del declino,

delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati

cavalli e uomini.

Cento frammenti

a Thomas Bernhard

PRIMA PARTE

tra fiori neri

si riposano,

i morti che camminano

(T.B., 1957)

1. Nerval

In ogni testa d’uomo esiste una catastrofe a misura di quella testa, un pericolo incommensurabile scritto dentro quella testa e solo in quella. La ragione non sa percepirlo. Un poeta come Gerard de Nerval scrive al dottor Blanche nel 1852: «Caro dottore, la mia risposta alla sua domanda è una sola: io sono le meravigliose avventure che descrivo nei miei libri, io sono l’esatta realtà che sperimento ogni giorno. Io non ho mai sognato (mai, neppure una volta), durante la notte. Lei, dottore, mi offende distinguendo in me una vita diurna da una vita notturna. Io sono sempre “uomo della notte”. Sempre. Solo da uomo sveglio so cosa significhi sognare. È mia modesta opinione che non ci siano parole decisive pronunciate dalla scienza della psiche: e poi, se ci fossero, a me non interessano. Lei, caro Blanche, applica delle leggi fisse a persone che hanno solo il potere di esprimere liberamente l’orrenda scissione tra fantasticheria e realtà. Io non applico niente: io scrivo e guarisco così dalla vita. Auguro a tutti di guarire dalla vita scrivendo. I re, gli emiri, i califfi, le donne dei miei racconti, sono tutti personaggi reali che stanno dentro di me, tutti meravigliosamente vivi. Perché lei e i suoi colleghi non entrate nel mio grande regno e non lo fate diventare vostro e guarite voi stessi dalla vostra stupida vita? La mia scrittura lascia voi scienziati secoli lontano. I sogni dei miei giorni sono un libro straordinario e irripetibile che continuo a scrivere e che spero sia presto stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità, che forse così non rotolerebbe verso la sua rovina. Le mie notti sono bellissime e profumate. le preferisco agli odori acidi dei suoi medicinali, dottor Blanche, al suo bell’asilo troppo stretto per me. Nerval».

2. Per gli alienisti

Non vi sembra, cari amici (o dovrei dire psichiatri, non sono forse, oggi, relatore in un vostro convegno?), che questa lettera contenga tutta la catastrofe di Nerval, tutta la nostra catastrofe? Io non penso affatto che i folli debbano essere isolati dagli esseri umani, come gli appestati e i lebbrosi, in qualche lembo di terra agli estremi confini dell’oceano; oltre che spietati, sareste stupidi e rinuncereste per sempre a capire che questi esseri umani sono primariamente sconvolti da qualche irreparabile turbamento. Voi, da medici dell’anima, dovete insegnare a loro le regole con cui controllarle, perché possano goderne al meglio. Siete voi i custodi di quelle regole. Non servono le docce gelate che tengono a distanza, che isolano l’altro nel gelo violento dell’acqua, ma le parole parlate, balbettate, cantate insieme, la nostra mancanza di paura. Guardàtele, quelle persone. Osserverete i vostri sentimenti come in uno specchio deforme, in una tenda da illusionisti, in un circo di zingari. I malati sono tutti chiusi dentro il loro eccesso e i loro specchi. E voi, cosa vorreste fare? Coprire quei vetri per sempre, con le stoffe pesanti dei vostri tetri loden? Isolare gli agenti patogeni della tormentosissima, squilibratissima passione? Voi, uomini liberi, siete uguali a loro, uomini prigionieri. Voi avete avuto studi, educazioni, padri, madri, denaro, censure. Loro no. Loro vi sembrano dei selvaggi e lo sono, ma non dimenticateli mai. Un giorno, quando le vostre maschere cadranno, vi sveglierete inconsapevoli dentro i letti accanto ai loro, non diversi nelle rughe e nei pensieri da loro, e implorerete pietà. Ma quelli, quelli come me, saranno liberi di non concedervela, come loro oggi non sono liberi di sottrarsi alle docce gelate. Ricordatelo fin da ora come lo ricordo io, che oggi vi parlo come scrittore ma che invece dovrei essere ospite delle vostre corsie.

3. Iceberg

Una cerimonia? E perché? Perché io, proprio io, devo ricevere un premio? Uscire fuori dalla mia casa ed essere acclamato per le mie invettive? La maggior parte delle persone se ne sta chiusa nella sua casa, casta, classe, stanza; così i macellai frequentano soltanto i macellai, i muratori i muratori, i manovali i manovali, i conti i conti. Io appartengo a me stesso, scrivo, non ho bisogno di nessun altro, nessuno mi può insegnare o dire qualcosa, non devo rivolgermi a nessuno, neppure a chi mi premia. Fingo storiereali, io che non so neppure come si diventa reali, e scrivo. Ogni opera autentica è un iceberg che fracassa le navi che passano. La stessa identità è un iceberg, di cui solo la punta è visibile. Ma, reinventando ciò che possiamo solo immaginare, scoprendo analogie, consonanze, dissonanze, domande, sortilegi, ripercorriamo gli strati del palinsesto che spinge l’artista a reinterrogarsi sui turbamenti dell’identità; riscopriamo ciò che fuper non accettare il presente che è, fosso senza memoria; cerchiamo altri futuri nel segreto dei passati, come se gli attori non avessero mai lasciato il palcoscenico e dovessero tornare a recitare la loro commedia nel presente, personaggi ancora in cerca di autore. Artisti, filosofi, analisti, scienziati, poeti, da sempre ritornano, se li leggiamo veramente, come se volessero aggiungere ancora un dettaglio alla loro storia e alle loro voci; come fari rischiarano il buio dove sembrava dovessero tacere per sempre e spalancano di nuovo i segreti delle loro vite. Mi chiarisco le idee parlando: voglio un’opera-arcipelago, dove il destino del Principe e del Soccombente comprenda voci passate, presenti, future; sì, sarebbe un capolavoro! Chi non ha mai letto il monologo di Stavrogin o le profezie di Miskyn nelle pagine che va scrivendo? Chi non ha mai visto uscire dalla sua tana Franz Kafka? Un’opera-arcipelago si inventa mentre assorbe il passato e si cerca mentre divora il futuro. Un’opera contagiosa, letale, anonima, ininterrotta. Chi l’ha mai pensata completamente? Forse è impensabile, forse è folle (ne saprò pure qualcosa). Ma la scrittura è l’impossibile che lavora dentro la parola: è lei lo scalpello che la scava dall’abisso. L’opera di ogni scrittore è maschera aperta verso l’abisso, pronta a restituirne frammenti, aloni, barbagli. L’autore è presente per coordinare il flusso delle cose che salgono dal nero, per essere sentinella di una magia e di un pericolo. Della magia è facile chiacchierare. Del pericolo invece è necessario parlare. Ognuno spinge l’altro nel suo abisso, nel pericolo della sua testa. L’importante è sapere che la caduta è reale. Necessario è non sognare mai. Si vive già sognando. Sognare da dormienti è perdere tempo, è essere stupidi. Noi, guardiamoci. Non vi sembra questo, nel giorno della cerimonia, il miglior commento al premio che vi accingete a darmi? Dei dottori premiano uno scrittore per la sua pazzia. Non trovate questo dettaglio strano? Una specie di espiazione? No? Mi sembra che siate troppo docili o troppo idioti e non ve lo perdonerò. Io sono, e resto, uno che soccombe con tutto l’inferno nella testa. E voi siete quelli che odio, perché non sapete nulla di quell’inferno o, se lo sapete, coscientemente, malevolmente, lo tenete a bada con la violenza delle docce, dei legacci, delle parole, delle cerimonie. Sapete QUANTO Nerval avrebbe potuto odiare Blanche e lui voi, se non si fosse perso nelle nebbie della sua fantasmagorica scrittura? Se non fosse stato il mite poeta che si è impiccato nella notte nera e bianca di Rue de la Tuerie come in sogno? Ma io NON sono un mite poeta. NON sogno. Sono una bestia e voi, leggendomi, potreste essere tentati di impiccarvi.

Ora basta, direi. Della catastrofe innata smetto di parlare. Basta che mi leggiate e andiate oltre i nomi, oltre le storie. Pure convenzioni, ma servono per dire l’orrore necessario. Direte: non ti bastano uno, due frammenti? E invece no. Devo parlare finché la gola non si stringe, come se qualcuno, dall’esterno, ci affondasse le dita.

4. Morire da vivo

Dici che dovrei viaggiare per raccontare? Io, che alzo i muri delle mie frasi a colpi di vanga? Io che mi rovescio terra sulla testa, come nelle viscere di un cimitero, e rido a ogni badilata. Io, che sono un servo di scena, che servo i miei incubi. Gli scrittori sono cadaveri inguaribili e non smettono di assolvere il loro compito neppure dopo la morte fisica. Luce bianca di un viaggio verso i ghiacci? Cercherò di vederla, Hedvig, prima che i tuoi occhi smettano di vedere. Te la racconterò nei prossimi giorni, ma dispero di potertene parlare. Ho un’ossessione. Un corvo galleggia sopra il ghiaccio, in attesa di spiccare il volo. Non è morto ma neppure vola via. Se ne sta lì, in mezzo al freddo oceano, come se non volesse più volare ma nello stesso tempo non potesse nemmeno annegare. Il corvo fermo nel ghiaccio non è una visione poetica: nutre il pensiero della poesia. Indica la strada: non volare e non morire, non perdersi negli spazi e non soffocare nell’acqua. Dormire solo quel tanto che serve per passare i giorni da sveglio. Lo scrittore vorrebbe dimenticare la funzione-sonno, sogna gli sia consegnata, come un prodigio, l’insonnia di Kafka: quel numero incredibile di ore, perdute in grembo al sonno-morte, vorrebbe diventassero mille mattini in cui svegliarsi ancora e scrivere ostinatamente i suoi mille, e oltre mille, quaderni. Non ho altre ossessioni, al momento, tranne la storia di uno che è sempre chiuso dentro una certa casa: a ogni foglio che scrive, quella casa è più salda, quei muri più spessi: alla fine, consegnato l’ultimo capitolo all’editore, si trova dentro la sua bara, bello pronto a morire, esasperato ma vivo. E parzialmente, disgustosamente soddisfatto. Ma spesso mi chiedo se il mio gioco a morire da vivonon sia che una stupida partita a scacchi fra due automi.

(….)

IN UN VUOTO TRA MURA SENZA SONNO. Nanni Cagnone

non coniare le proprie ossa

poi che resistiamo

solo nell’ottativo

–altro lo dissolviamo

la domanda ripresa sempre come risposta

,

grande uccello traversante il mare

è appunto la terrestrità

dove vanno a finire gli accenti

– forse essi contendono

silenzi a silenzi

ciò è chiaro,

qualcuno ha soffiato

(fa in fretta la polvere)

In un vuoto tra mura senza sonno

non si nasconde più, né può capire

un corpo in un corpo

nascere all’inizio con prontezza.

Cerca l’acqua di un fiume,

acqua corrente che ora parla

e ora abbandona. Seguace delle cose

non si penta degli incanti,

di questa sua slegata cintura,

senza riposo sereno flutto

finché vorrà condurci somiglianza.

Più distante delle cose

ogni legame – per quanto

sia presente, dovrai seguirlo

indietro, servo senza senno,

e se chiama innanzi

temerlo nuvoloso, possesso

di pericoli, muto cartiglio

in quel punto.

Arde immobile, tra

le due lame di una forbice.

  • I testi sono tratti da: Nanni Cagnone, Armi senza insegne, Coliseum, Milano 1988. Le foto sono proprietà di Benedicta Froelich.

CANE MENTALE. Bernard Noël

a cura di Lucetta Frisa

**

Talvolta il tatto indovina un segno

un movimento del nero una cosa

ossificata dall’attesa.

Una terribile freschezza attraversa tanti

scorci di crateri carnosi

che sputano vecchi stracci.

Non si sa quale nudità oscura

le mani incollate sul fianco aperto

la giovinezza dai flutti che colano.

L’aldilà è passato aldiquà:

eruzione, poi il fiore sparso

dei muscoli intorno all’osso.

Sotto ogni forma la presenza muove

amore, attivo fantasma,

poi il tempo si strappa.

Un soffio giù dalla discesa

cerca la figura nella polvere,

ma questa non ha sponde.

Un cane mentale annusa il vuoto

annusa l’odore che non esiste

l’odore interminabile del nulla.

Dove è il luogo, passa il vento,

tutto appare vicino e lontano,

il cadavere all’inizio della strada.

Lapsus in forma di corpo:

ad un tratto la vita vulnerabile,

il tempo rovesciato sulla lingua.

Oh tutti coloro che più non sono

o furono solo in dizionari

rumori di lingue non finite.

II viso coperto di rughe

fa notte nella lingua

sotto la camicia di carta.

Un sogno è là che ci sogna

ripone sudari di immagini

sotto il corpo dell’interiorità.

Il riflesso di una bocca che fu

lascia nell’aria un vago appetito

un sapore di silenzio smarrito.

La divina evidenza del nulla

mostra brutalmente il buco

subito scavato in pieno viso.

Chino su questo bordo di roccia

più non si vedono le dimensioni

né la scena vuota né le forme sfasciate.

La testa: il luogo senza luogo

sempre indefinito dietro il viso,

sempre vacante per il respiro passeggero.

Quale prova aspettarsi dalla lingua?

Un movimento si agita nell’ombra

ma non è neppure ombra.

Un fremito nell’aria che si muove

e d’un tratto il bordo di chissà cosa:

una parola cerca la sua origine.

Nessuna terra qualche grido

l’occhio cerca di confiscare la vista

ciò che vede subito deborda.

Ogni cosa appartiene alla superficie

è là sotto che si vede profondo

ma il sotto resta sotto.

Ciò che matura nel chiamare

ne cerchi il luogo e il perché

il percorso si confonde nel richiamo.

C’è della memoria e poi

una strada che subito si accorcia

invisibile resterà l’ostacolo.

Ci piacerebbe veder passare un dio morto

infine, qualcuno non soltanto un nome,

ma nulla scivola lungo il tempo.

L’inesistenza, talvolta così presente:

è possibile che il vuoto sia pieno

e la sua cavità suoni pienamente dentro.

Nessun senso nelle coincidenze

solo un riflesso gradevole

l’azzurro sarà sempre azzurro.

L’energia, il pensiero, l’amore,

si immagina la loro sostanza

invisibile sogno delle forme.

Questo sogno iscrive tracce di lingua

labirinto di emozioni dove l’ignoto

apre all’improvviso la bocca di un abisso.

Ovunque cose d’aria e la coscienza

tasta invano il vocabolario

si cerca una sponda la fermezza

di una terra la fine del futuro

l’orecchio nella nebbia ascolta

la crudeltà battere il suo errore.

L’istante fluttua poi rotola

mangiato dall’ombra o dalla polvere.

rapido o lento, formato di frecce.

Il cuore solcato da soffi

un paese senza sostanza eppure

la sua astrazione ci uccide.

Talvolta il rumore si agita appena

meno di un soffio sull’acqua

si lancia un pugno nel vuoto

la disperazione resta intoccabile.

Si vorrebbe annegare nella saliva l’idea

che perdita e mancanza si divorino l’un l’altra

Tutto deve il suo senso alla morte

come se in vista ci fosse solo il suo naufragio

i fantasmi salgono in cima alla testa

non osano scegliere la caduta o il volo

getti del sogno a forza

di voler toccare il sempre e il mai.

Qualcosa, un po’ di notte, non importa cosa,

piuttosto che questo scivolare impercettibile

corvi coltelli musi di topi

piuttosto che piaga mentale e mani vuote

rollii del nulla dove grigia è l’attesa

si vorrebbe infine vedere la vera immagine.

Sapere che il disastro lo bevono

gli occhi nella falsa tempesta.

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*Il testo è tratto da: Bernard Noël, Poème d’attente, versione arabo-francese, tradotto in arabo da Khaled Najar, Tawbad, Tunisie, 2007.

VIOLENZA E BELLEZZA. Gilles Deleuze

Una lettera a Andrè Bernold.

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Parigi, 28/5/1994

André,

Ti penso così spesso. Curioso come le nostre esistenze (la mia e la tua) si proteggano dal loro stato di crisi permanente trovando riparo in ciò che vi è di più violento e tremendo in arte. Il fatto è che quel terrore lì sradica l’abiezione di questo mondo (non c’è giorno che non porti con sé il suo lotto di comicità abietta e non ci costringa a odiare la nostra epoca, non tanto in nome di un compianto passato ma nel nome del presente più profondo). E tremendi sono quei canti mongoli che mi hai mandato, la loro voce così incavata, così tremendamente cava che tutte le altre vorrebbero colmarla. Due sono le cose che abbiamo: la violenza dell’arte e la violenza della grazia e della bellezza dei bambini, del tuo Nicolas. Anche se tardi, ho cominciato ad apprezzare meglio Ravel: c’è in lui qualcosa di diverso da chiunque altro, una sorta di estraneità radicale, come disponesse anche lui di un’esistenza fragile, al riparo dalla straordinaria violenza della sua arte. Io lavoro come posso. Ciò che scrivi, ciò che mi scrivi mi sembra così bello! Non soffocare questa bellezza per nessuna ragione… Ti abbraccio tanto quanto ti voglio bene.

Gilles

*Il testo è tratto da: Gilles Deleuze, Lettere e altri testi, Giometti & Antonello, Macerata 2021.

PAROLE-CENNI. Bernard Noël 

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Ci sono parole che ci fanno credere alle parole. Esse, nel loro mescolarsi, non esprimono niente (e sono prive di qualsiasi utilità) ma formano un senso illimitato. Le troviamo in Chimere di Nerval: il Simbolismo non ha cercato altro. Questa replica di Janus, in Axel di Villiers-de-L’Isle-Adam, ne è un esempio irriducibile.

“La vela ha toccato il mantello; la torcia si è spenta; tutto è deciso, nelle antiche tenebre”.

Quelle parole ci fanno ancora cenno.

Magnetizzano lo spazio nel quale le colloca la loro lettura.

E quello spazio lo colmano di senso, molto più che se vi inscrivessero un qualsiasi senso.

(Traduzione di M.E.)

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Il testo è tratto da: Bernard Noël, L’allure mentale, éditions hotel continental, Rosporden 1986.

TROPPO TARDI SI IMPARA. Cid Corman

Prefazione

Vivendomorendo: un canto che continua

Il poeta – che ride / ride di sé / che ride. (il poeta) – ci accompagna lungo questo cammino che non ha meta, ma continua. Non cerca di trattenere, solo di accadere. Nessuna antologia potrà mai contenerlo, ma chi legge può riconoscere in questi versi uno spazio di risonanza, e come Corman non solo si augurava auspicandolo, ma lo aveva in effetti edificato – un tempo di consonanza. Una macchia sulla carta bianca che si muove, eppure non si è affatto mossa. È ancora lì, e adesso in versione italiana, grazie al lavoro di Andrea Gazzoni e all’editore Ensemble che ci trasmette questa poesia tanto vivente-morente perché offerta entro lo spazio di una possibile lettura, da una voce che canta al nostro orecchio lettore, entro il nostro tempo, adesso e dove siamo quando apriamo questo prezioso libro, il suo evento, anche di nostra occasione…

Giampaolo De Pietro

**

La danza

Alla fine

uno a uno

lei i veli li

li lascia andare e

tu lo vedi

delirante-

mente- che non

resta niente

Guarda bene

ora dentro al

grande vuoto

Viene il dono

di lei, viene

in un piatto

**

La serratura

Aprire o chiudere

star dentro o star fuori –

la chiave va liscia

nella serratura,

pesa nella tasca.

Però lo scheletro

si adatta a ogni porta,

guastatore mastro,

che ricorda a ognuno

di noi chi ospita

e chi è ospitato e

chi il povero ladro.

**

Il lavoro

COME rimettere

le cose insieme

come se non

fossero rotte

come le mani

in dialoghi di

malta e argilla

riparare

sentono rovine

unirsi scoprendo

che ogni cosa

è alla fine

qualcosa

d’inseparabile

da quel che fu in altro

modo pensato.

**

TROPPO tardi si impara,

sempre. La palla che noi

tiravamo sul muro

e toglieva al vicino

malato il sonno dava

una rabbia, un egoista,

pensavamo, lo era,

e noi pure. Sto male,

ora, sento un bambino

che batte in un momento

vuoto contro il mio muro,

provo a a star fermo, steso.

**

I testi sono tratti da: Cid Corman, Vivendomorendo, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, prefazione di Giampaolo De Pietro, Alter affluenti, Ensemble 2026.

ATTRAVERSO LE COSE. Bernard Noël

A Lucien Hervé

fotografie di Lucien Hervé

***

Davanti a ognuno si estende

ciò che ognuno guarda

per vedervi la cosa altra

lei

dietro la vostra schiena

si nasconde

**

Dapprima il mistero è piacere

poi diventa problema

si beffa più tardi della nostra libertà

infine si accorda con il nostro silenzio

**

attraverso le cose

fatte con le nostre mani

la nostra inutilità

il nostro sguardo

**

nel silenzio

nella meditazione

tocca lo sguardo

la pelle del giorno

la accarezza

con la notte

della pupilla

poi

sostanza nera

sostanza bianca

si scambiano

nella luce

**

l’equilibrio

chiama

ciò che fu bello

ciò che lo sarà

qualcosa

come un fulmine

traversa il cervello

un desiderio

che sfida

la propria morte

**

le pietre mangiano silenzio

e il silenzio immobili

le guarda, diritte,

talvolta

prestano pelle alla luce

talvolta controtempo

giocano con lei

**

Ciò che immaginiamo

entra nello sguardo

e l’invisibile

felicemente

sostituisce il visibile

Testi tratti da: Bernard Noel,Intimità privata”, in Les Yeux dans la couleur, P.O.L., Lonrai 2004.

INDAGINI. Pellegrino, Morris

FRANK MORRIS, GIUSEPPE PELLEGRINO

indagini (two heads are better than one)

Entr’acte, via sant’Agnese 19r – Genova

16 aprile – 20 maggio 2025, orario: mercoledì- venerdì 16-19

inaugurazione: mercoledì 16 aprile, ore 17

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Nota introduttiva alle “indagini”

Il due è il contrario di uno (Erri De Luca)

Grafismo e fotografia. Nello specifico, scrittura visuale e asemica (ma esclusivamente a mano) coniugata alle istantanee (tecnica Polaroid). Si preparano tavole grafiche dove avere spazio e fluidità sufficienti per gli inserti fotografici. In questo senso, nella maggioranza dei casi i manoscritti vengono strappati per riassemblarne dopo le parti selezionate, seguendo un proprio ritmo. Comincia l’indagine su quelle scene ricucite: a caccia di dettagli, indizi, tramite scatti concepiti come ready-made, non solo di segni e di lettere, ma anche di figure apparentemente estranee. Una volta applicate, le foto occupano una certa porzione di superficie grafica, nascondendo ciò che sta sotto. Dunque nel luogo stesso della loro apparizione introducono un’oscurità, un’indeterminazione: l’ombra che getta l’indagatore stesso durante il proprio agire. Entrambi gli autori sembrano utilizzare il proprio medium al contrario, come in un depistaggio; una scrittura che non significa, diventata ombra di sé, e una fotografia che nasconde sempre qualcosa con la sua stessa presenza.

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In un saggio pubblicato anni fa (2010) sulla rivista Science un pool di ricercatori impegnati nel progetto Mindbridge ha sintetizzato gli esiti del lavoro sperimentale che aveva condotto negli anni precedenti sotto il titolo significativo “Two heads are better than one”. A questa medesima conclusione sono pervenuti per tutt’altra via Frank Morris, fotografo, e Giuseppe Pellegrino, poeta asemico, creando a due teste (e quattro mani) i sorprendenti lavori inediti ora presentati da Entr’acte. Scrivono gli autori: “Scrittura asemica e fotografia: manoscritti e Polaroid. Tavole composte per lo più da fogli strappati, selezionati e riassemblati sui quali gli scatti fotografici – alla ricerca di dettagli, indizi – sono concepiti come ready-made, non solo di segni e di lettere, ma anche di figure apparentemente estranee. Le foto applicate celano il sottostante, nel luogo stesso della loro apparizione, introducendo un’oscurità, un’indeterminazione: l’ombra che getta l’indagatore stesso durante il proprio agire. Entrambi gli autori sembrano utilizzare il proprio medium al contrario: una scrittura che non significa, diventata ombra di sé, e una fotografia che nasconde sempre qualcosa con la sua stessa presenza”. Si potrebbe aggiungere che la fotografia cela, sì, la traccia manoscritta, ma nel contempo la riproduce, completandola, con un lieve sfalsamento che duplica l’immagine rimarcandone comunque l’alterità, in un genere di “ripetizione differente”, nella “sorte di un altro gioco” di deleuziana memoria.

*Le foto sono opera di Frank Morrris.

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FRANK MORRIS, pseudonimo di Marco Anchisi, nasce a Genova dove vive e lavora. In giovane età, affascinato dalla fotografia, acquista una reflex Voigtlander SLR, con la quale scatta i suoi primi rullini in B/N. Inizia così, da autodidatta, il suo percorso.  Sviluppa e stampa le sue prime immagini nel laboratorio scolastico.  Successivamente predispone in casa una camera oscura dove prosegue le sue sperimentazioni. Sviluppa e stampa da diapositiva, utilizzando quello splendido materiale colore che era il “cibachrome”.  Nel frattempo trova lavoro come informatico in una azienda multinazionale, ponendo suo malgrado la fotografia in secondo piano per diversi anni, pur senza abbandonarla mai del tutto.  È la scoperta di Paolo Gioli, lo studio delle sue opere e della sua tecnica, a far divenire nuovamente la fotografia il suo interesse primario, con l’avvio di una ricerca personale con il mezzo Polaroid, sia di tipo 600 che di grande formato. Negli anni 2000 realizza i primi transfer Polaroid 4×5 pollici.  Il mix di tecnica fotografica e pura manualità, caratteristica imprescindibile per l’utilizzo di questo materiale, unitamente alla passione per l’arte figurativa e la rappresentazione femminile nella storia, lo portano dapprima ad ispirarsi ai Preraffaelliti per arrivare in seguito a interpretazioni decisamente più attuali.  Le sue opere sono state esposte in gallerie d’arte di numerose città italiane e straniere, tra cui Parigi, Barcellona, Milano, Berlino, Lisbona, nonché pubblicate su riviste e magazine internazionali.

GIUSEPPE PELLEGRINO, (1960), attualmente vive a Genova. Il suo interesse per la scrittura lo ha portato ad indagarne gli aspetti visuali, concreti e asemici. Suoi riferimenti principali sono stati gli autori appartenenti al Lettrismo (Isou) e alla Scrittura Verbovisuale (Magdalo Mussio, Luciano Caruso, Vincenzo Accame, Carlfriedrich Claus, Martino Oberto). Ha cominciato ad esporre nel 1999, presso lo Studio Gennai di Pisa e la Galleria il Gabbiano – La Spezia. Da allora ha continuato ad esporre in mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali. Le più recenti: Attraverso l’Arte (CAMEC, La Spezia, 2022); 50 anni di ricerca, omaggio alla Galleria il Gabbiano – La Spezia (Nuova Era, Bari, 2023); Asemic Writing (Galleria Artpoetry, Lecce, 2024). Ha fornito contributi nella mail-art, principalmente sugli inviti dell’artista Ruggero Maggi e di SACS (Spazio Arte Contemporanea e Sperimentale) e nei siti dedicati alla scrittura sperimentale e asemica GAMMM, NEW POST LITERATE e UTSANGA. Recentemente è stato anche ospitato nel Blog SCRITTURE dello scrittore Marco Ercolani.